mercoledì 6 febbraio 2013

La "signora" Petrarca


Giovanna mi chiamo, altro che Laura, ma la gente non lo sa. Troppo difficile era inventarsi rime o giochi di parole con questo mio brutto nome ereditato dalla famiglia e allora lui, Francesco, decise che era meglio Laura, che si sposava bene con l’aura poetica, con l’Alloro che tanto desiderava e allora sono diventata Laura. Sono bruna è vero, altro che “Capei d’oro”, ma anche questo la gente non lo sa. Preferisce credere che io sia Laura de Noves, un’autentica sconosciuta che solo per sbaglio è finita su Wikipedia nell’anno del signore 2013.
Per lui a tutto ho rinunciato: sono stata cacciata dalla mia famiglia perché non voleva che stessi con un ecclesiastico spiantato che non potevo nemmeno sposare, due figli gli ho dato, ma di me nessuno sa nulla. Purtroppo ai nostri tempi non esistevano ancora le coppie di fatto e così sono stata dimenticata da tutti. E visto che di me nessuno parla ho deciso di parlare io.
Francesco non era triste e austero come ve lo fanno immaginare, o almeno con me non lo era mai.
Era romantico, divertente, strabiliante ma soprattutto era felice. Tanto felice che non l’avreste riconosciuto se l’aveste visto coi vostri stessi occhi. Voi conoscete di lui solo quello che ha scritto e quello che ha scritto non è per niente la verità: quello che si scrive non è mai la verità.
Lui mi ha amata da subito e non ha mai smesso anche se scriveva di un’altra era sempre di me che parlava e gli piaceva che a saperlo ero solo io, era il nostro modo complice di condividere qualcosa di unico.
Forse la cosa che più gli piaceva era il mio modo discreto di saper stare in disparte, ma quello che ho fatto non l’ho mai considerato un sacrificio, era il mio modo di stare al mondo, di farmi sentire senza farmi sentire.
Lo stesso è stato per Gemma. Siamo state anche ottime amiche per un breve periodo mentre i nostri bambini giocavano felici, parlavamo molto e ridevamo di quello che si diceva sui nostri mariti. Anche per lei non è mai stato un peso. Noi donne siamo fatte così.
Gli uomini invece sono diversi, non migliori né peggiori, semplicemente diversi, solo che dai tempi dei tempi salvo rare eccezioni sono sempre stati loro a scrivere la storia e a loro certe cose sfuggono. Non lo fanno apposta, sono semplicemente fatti così.
Per quel poco che può valere, oggi ho voluto provare a raccontare la mia piccola storia, lo so che sicuramente lui scriveva meglio di me ma purtroppo ai miei tempi a noi donne non veniva insegnato tanto:”E’ bene che una donna non sappia troppe cose” sempre così ripeteva mia madre quando chiedevo un nuovo libro. E allora tutto quello che ho imparato l’ho imparato da Francesco. Spero che mi scuserete se non ho scritto in endecasillabi sciolti, se ho sbagliato qualche congiuntivo o se non ho usato le figure retoriche, quello che ho scritto l’ho scritto però col cuore e non lo troverete su nessun libro, e pazienza se non mi crederete, del resto l’ho detto io stessa che quello che si scrive non è mai la verità.

Una fresca brezza d'estate


Me ne aveva parlato talmente tanto  e bene che ero cotto ancor prima di conoscerla. “Vedrai ti piacerà” mi disse Andrea mentre andavamo a prenderla in stazione. Io non gliel’avevo detto ma a me piaceva già. La colpa fu tutta la sua, di Andrea, sempre di lei parlava, di quante ne avevano combinate insieme in gioventù, di quanto fosse simpatica e di quante cose avessimo in comune, io e lei. Non poteva andare diversamente.
Appena scese dal treno la vidi io per prima, tanto me l’aveva descritta bene che la riconobbi addirittura prima che lui me la indicasse.
“Eccola è lei” aveva una canotta bianca con una stampa dei Doors, jeans, scarpe da ginnastica e uno zaino enorme sulle spalle, di quelli da viaggio.
“Non ci presenti?” chiesi ad Andrea.
“Non c’è bisogno, ormai è come se vi conosceste benissimo, Vincenzo questa è Cristina, Cristina questo è Vincenzo”.
Mi sorprese, non pensavo che le avesse parlato di me:”Chissà che immagine si sarà fatta di me” pensai. Per quanto mi riguarda, lei era esattamente come me l’ero immaginata.
Insistetti per portarle lo zaino ma non volle sentire ragioni, disse che non c’era bisogno, che le faceva bene e io pensai:”Che razza di ragazza non vuole che un uomo le porti lo zaino?”.
Procedemmo a piedi fino al nostro appartamento, salimmo al secondo piano e lei si sistemò nella stanza di Mario che d’estate era sempre da qualche parte del mondo a fare le stagioni.
Appena arrivata volle farsi assolutamente una doccia, vederla in accappatoio all'uscita del bagno fu un colpo dal quale faticai a riprendermi lo ammetto, profumava di pulito e di latte alle mandorle.
Decidemmo di mangiare una cosa al volo e di farle fare un primo giro in città, una birra da qualche parte, un paio di cicchetti, niente di impegnativo.
Andrea me l’aveva detto che era una grande bevitrice ma non immaginavo lo fosse così tanto. Dopo il terzo cicchetto Andrea smise di bere, io avrei voluto ma non sono stato abbastanza forte, non sono mai stato abbastanza forte a dirla tutta, lei insisteva e io cedevo, quattro, cinque, sei, non lo so dopo quanti ci siamo fermati, di certo c’è solo che finché sai quanto hai bevuto vuol dire che non hai bevuto abbastanza e io quella sera il conto lo persi abbastanza presto. Inutile dire che finimmo col diventare entrambi ubriachi, del resto della serata ricordo solo piccoli sprazzi, il resto lo so perché me l’ha raccontato Andrea il giorno dopo. Giravamo mano nella mano io e lei zigzagando senza volerlo, e ridevamo, lui invece ci seguiva da dietro a distanza, ma anche lui rideva, ne sono certo.
Ci riaccompagnò a fatica a casa, salire le scale fu un inferno, riuscimmo a raggiungere le nostre camere, inutile dire che mi addormentai vestito.
A un certo punto però sentii qualcosa che mi svegliò, non saprei dire dopo quanti minuti di sonno, potevano essere 5 o 150 per me faceva lo stesso. Sentivo che qualcosa all'orecchio mi svegliava, aprii gli occhi decisamente intontito e la vidi: era lei che mi leccava un orecchio. Non ebbi né tempo né forza né voglia di resisterle
Mi ritrovai così coinvolto in un amplesso senza sapere cosa facevo, era la prima volta che baciavo una ragazza con un piercing alla lingua ma non me ne accorsi neanche. Era anche la prima volta che lo facevo da ubriaco, non sono sicuro che andò come doveva andare, mi ricordo solo che a un certo punto, una volta finito, ci addormentammo abbracciati, nonostante tutto non doveva assere andata poi così male. A mattina però no, quando mi svegliai lei non c’era più ma mi aveva lasciato un graziosissimo cerchio alla testa. Non ero certo che fosse successo davvero ma la faccia beffarda di Andrea che mi guardava mentre facevo colazione sembrava lasciare pochi dubbi.
“Dorme?” gli chiesi.
“No, ha detto che aveva bisogno d’aria,  è uscita”.
“Di già?” .
Andrea scoppiò in una sonora risata, in quel momento mi accorsi che erano le tre del pomeriggio.
“Ci avete dato dentro ieri notte eh?” e rideva come un pazzo.
“Ma ti ha detto qualcosa?” gli chiesi.
“No, no, aveva ancora i postumi della sbronza”.
Feci colazione ma senza esagerare perché mi sentivo ancora sottosopra per la notte passata, e intanto pensavo:”E adesso? Che succede? Devo far finta di niente? Devo scusarmi perché non dovevamo? Eppure è stata sua la colpa…”.
Inutile dire che ero molto imbarazzato e speravo di non doverla vedere mai più, sapevo benissimo che da sobrio non avrei mai fatto una cosa del genere.
Finalmente rincasò, andai io ad aprirle la porta:”Ben svegliato” mi disse sorridendo.
Nient’altro.
Era come se per lei non fosse successo niente. Io me ne stavo zitto, sono sempre stato uno di poche parole, almeno quando non bevo.
Quella sera Andrea ci lasciò apposta da soli, disse che doveva raggiungere la sua ragazza, ma lo sapevo benissimo che era solo una scusa.
Io ero imbarazzatissimo e soprattutto sobrio, non sapevo come comportarmi o cosa dire. Lei spesso mi guardava e rideva di gusto. Ad un certo punto non ce la feci più e glielo chiesi:”Ma perché mi guardi e ridi?”.
E lei:”Niente, sei molto diverso da ieri sera, sembri proprio un’altra persona”.
Poi decidemmo di guardare un film e andammo a letto relativamente presto visto che entrambi avevamo ancora i postumi della precedente notte brava.
E’ stata con noi un’intera estate quell'anno ma dopo quella prima notte non c’è stato più niente tra noi. Io avrei voluto e molto, ma non avevo la forza di provarci, non credo che il me sobrio che aveva conosciuto le piacesse. Lei sapeva di piacermi e tanto e ci giocava spesso ma senza farlo pesare. E’ stata una fresca brezza in un’estate altrimenti afosa e insopportabile. Quando se ne è andata mi ha dato un bacio sulla guancia e mi ha sussurrato all'orecchio:”Anche da sobrio non sei poi male”.
E Andrea? Andrea se la rideva, come sempre. Sono certo che sapesse esattamente dall'inizio che sarebbe andata a finire così.